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    February 26

    La fatina del dare

    di Morgana (Ilaria Boero)
     
    C'era una volta una fatina. Non era bellissima, intelligente, non sapeva danzare, nè cantare, né creare dal nulla splendidi fiori, né parlare con gli animali. Questa fatina sapeva solo dare. Dava fiducia, dava disponibilità, dava tempo, dava energie, dava amore a chiunque si trovava accanto. Dava fedeltà, lealtà, e tante altre cose che finiscono con , ma dava anche qualche problemimo: la fatina aveva un caratteraccio.
     
    Un giorno la fatina incontrò un angelo nero. Il bel tenebroso dai capelli del colore delle piume dei corvi le sorrise e le chiese di dargli la mano. La fatina, che era la fatina del dare, non se lo fece ripetere due volte. L'angelo nero la fece sedere sul suo bel destriero di metallo nero, e le chiese di dargli tutto quello che aveva. La fata rimase seduta su quel destriero per tre anni, e dette, dette, dette all'angelo nero, perché dare era l'unica cosa che sapeva fare, e non chiese mai nulla in cambio. Un giorno, la fata, l'angelo nero e il destriero passarono davanti ad uno specchio, e la fata si accorse di essere salita sul destriero dell'angelo della morte. Ebbe paura. Capì che, a forza di dare e dare a questo angelo, aveva finito tutto, si era dimenticata il suo nome, e si era dimenticata di amare la vita. Decise quindi di spiccare il volo e scendere dal destriero, la cui corsa non si arrestava mai. Ma negli anni in cui era stata seduta lì era molto ingrassata, e le ali si erano indebolite per lo scarso allenamento, e quindi non riuscì a volare, ma cadde pesantemente sull'asfalto e rotolò a lungo prima di fermarsi sul ciglio della strada.
     
    Cadendo, si era rotta le braccia e le gambe, e aveva un grosso buco sull'ala sinistra, proprio in prossimità del cuore, ed era tutta graffiata e sanguinante.
     
    La fata passò mesi a curarsi le ferite. In quei mesi ricordò il suo nome, ricordò che amava la vita, e, piano piano, smise di pensare all'angelo nero che le aveva fatto tanto male. Le gambe e le braccia guarirono, anche se rimasero grosse cicatrici che non sarebbero più andate via. Nessun unguento, nessun balsamo, nessun cerotto sembrava però tanto potente da guarire il buco dell'ala sinistra. La fata non poteva più volare.
     
    Riprese comunque a camminare per il mondo, e a dare quello che aveva alle persone che incontrava per la via. Tutte le volte che cercava di dare amore, però, il buco dell'ala le faceva così male che doveva rinunciare. Si limitava a dare il suo tempo, i suoi sorrisi, e mai in modo gratuito: chiedeva sempre in cambio un po' di affetto o un grazie. Ma non era felice.
     
    Un giorno incontrò sulla sua strada un angelo bianco. Questo essere gentile la prese per mano e iniziò a camminare accanto a lei. Le parole dolci che diceva iniziarono a riscaldare il cuore della fata. La sera, l'angelo posava le sue mani sull'ala bucata e si addormentava accanto a lei. Cammina cammina, la fata si accorse che tutto il calore che le usciva dal cuore, e le attenzioni dell'angelo bianco, stavano risanando l'ala. E, meraviglioso prodigio, le sue insignificanti ali giallastre stavano diventando azzurre, tempestate di magnifici disegni lilla. Il cammino percorso accanto all'angelo le aveva fatto perdere i chili in più. Un giorno, la fata gli prese le mani e lo baciò, per ringraziarlo di tutto il bene che le stava facendo. Nel bacio, i due chiusero gli occhi. Quando li riaprirono, si accorsero che stavano volando. Mano nella mano, volarono per un lungo tratto di strada, durante il quale entrambi impararono a parlare la lingua dell'altro. La fata ricominciò a donare tutto, senza nulla chiedere in cambio, e si sentì di nuovo viva e felice come non lo era mai stata. Donò amore, fiducia, calore, le poche cose che aveva, le poche conoscenze nelle arti della terra. Anche l'angelo donò tutto quello che era in grado di dare, e la fatina imparò una lezione grandissima: saper ricevere è tanto importante quanto dare.
     
    Un giorno, stanchi di volare, i due planarono su un monte. Era un monte sacro dove, in un tempo molto lontano, aveva avuto luogo la trasfigurazione di Gesù. L'angelo e la fata ripresero il volo, ma da quel giorno l'angelo si fece sempre più lontano. "Che cos'hai?" gli chiedeva la fata. "Nulla", le rispondeva il magnifico angelo. Ma lei, che lo conosceva quasi quanto conosceva se stessa, sapeva che stava mentendo.
     
    Dopo pochi giorni l'angelo le confessò che, toccata la Terra del suo Signore, si era ricordato della sua missione, che era, purtroppo, su un cammino differente da quello della fata.
    La fata sorrise. Aveva sempre saputo che i loro mondi erano diversi. Lui un bellissimo angelo dalle grandi ali piumate, lei una piccola fata dalle sottili ali di farfalla.
    Lo baciò sulla guancia e gli disse "Tutto il bene che avevo nel cuore lo ho dato a te. Tutte le fibre del mio esile corpo le ho regalate a te. Ed ho ricevuto da te altrettanto amore, altrettanto bene. Farò tesoro di quello che mi hai insegnato, e non lascerò più che le mie ali perdano forza. Per ringraziare te, e il Signore che per un po' si è privato del Suo angelo perchè una piccola fata potesse tornare a volare, io consacrerò la mia vita all'amore. Sono la fatina del dare, e cercherò di dare solo bene a chi mi sta attorno, di essere ogni giorno migliore, e di aiutare gli altri come tu hai fatto con me."
    L'angelo la ringraziò di aver compreso, abbracciò il corpicino della fata che lo guardava con gli occhioni blu pieni di lacrime, e scomparve in un lampo di luce.
    La fata sorrise di nuovo. Si sentiva un po' triste, ma sapeva che la tristezza sarebbe passata. Troppo grande era quello che aveva avuto per potersi curare della malinconia. Aveva il resto della vita davanti, e ora poteva ringraziare il buon angelo mettendo in pratica i suoi insegnamenti e continuando a percorrere il cammino del cuore che lui le aveva indicato.
    Qualche mese dopo, specchiandosi sulle acque limpide di un lago, la fata si accorse che in mezzo alle due ali le era spuntata una piccola piuma azzurra. Capì di essere sulla giusta strada. Il cammino da percorrere era ancora lunghissimo, ma, un giorno, si sarebbe trovata accanto al suo angelo al cospetto di Dio.
     
    *****
     
    [NdA] Ogni riferimento a persone e avvenimenti reali è puramente casuale. Questo racconto è frutto di una notte agitata. Come tutti i racconti, è nato, è vissuto ed è terminato come ha voluto, e io ho solo prestato la mano e il cuore perché potesse esprimersi. Lo dedico all'uomo che mi ha risvegliata, alla Lama dell'Innamorato e alla mia Fede, perché tutto ha un senso.
     
    Morgana
     
    February 25

    Volterrana Km 53.00

     
    Mi sveglio dopo un giorno troppo pieno di zuccheri e mal di testa. Ore di sonno tormentate da un gatto troppo agitato, dalle assenze di mani adorate e da rancori che ho un unico modo per sfogare.
     
    Scenario apocalittico.
     
    E, come un dono inaspettato, il sole. Il caldo di una giornata di primavera. Nelle vene della fata il pulsare forte della terra, l'odore di asfalto. Mi vesto e scendo i cinque piani che mi separano da Lei. Un piccolo giro. Per buttare via la rabbia, per risvegliare la bestia che dorme, per pompare adrenalina nelle vene.
     
    Volterrana km. 20.00. Non mi ricordavo questo rumore. I ciclisti mi lasciano spazio, giri alti, curve a serpentina, non ho il cuore di fermarmi in questa strada che sembra argento fuso.
     
    Volterrana km 40.00. E' il momento in cui scollini e attorno a te c'è solo il verde del grano che sta nascendo. Ti manca il fiato, padrona di un mondo che non sembra vero. Fermi La Signora sul ciglio e inizi a scattare tutte le foto che puoi. Questo attimo ti rimanga nella mente e ti venga a trovare tutte le volte che non ci sarà questo profumo nell'aria (che si mescola al ticchettare dei terminali caldi che perdono temperatura). Riparti.
     
    Volterrana km 53.00. Quella che dovrebbe essere la meta della tua giornata. Ti siedi sul muretto del piazzale di Volterra, circondata da persone che sanno che cosa significa il sorriso ebete che hai stampato in faccia. Arrivano gli amici che hanno fatto il giro lungo. Sono sorridenti quasi quanto te. 
     
    Segue un viaggio che non avresti mai immaginato. Le strade nei boschi e per paesi sperduti, con quelle curve che guardi stendersi sotto di te dall'alto di una montagna, e non hai paura, anche se sai che il rischio è enorme. Il silenzio, anche se il motore fa tanto rumore, la velocità che non hai mai toccato che canta, canta, e tu la lasci cantare.
     
    La fata ha un piede a terra, e un dito che tocca il cielo, e ieri ho dato da mangiare al mio piede che oggi urla sazio nella spossatezza di tutti i miei muscoli.
     
    Alzo la mano sinistra e saluto con un cenno i tre uomini che mi hanno aspettata ieri.. Grazie. Mi avete reso un sorriso che faticavo a trovare.
     
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    February 19

    Piccole cose

     
    Le piccole cose sono il sale della vita. Quelle che, se le riesci ad ascoltare, ti possono riempire una giornata, nel bene e nel male.
     
    Spesso mi lascio andare sul sentiero delle abitudini e dimentico quello che nei passi precedenti ho imparato. E' come quando sei abituato a cantare un pezzo con certe note, e poi ti accorgi che è sbagliato: è molto difficile correggerlo, hai naturalizzato anche l'errore. Devi ripetere centinaia di volte un passaggio per poter essere certa di averlo raddrizzato. E dopo molto tempo non è detto che l'errore non ritorni.
     
    Ieri sera piccole cose, una sensazione di ruvido sulla pelle (come nei peggiori incubi) e mi rendo conto di aver ripreso una strada che non è quella che mi fa stare bene. Ho sbagliato di nuovo. Mi sono adagiata su un pensiero che per me è distruttivo.
     
    Torno a concentrarmi sullo stare bene da sola, sul semi e sull'oggi. Cerco di abbattere le aspettative. Tutto quello che ottengo giorno dopo giorno è un dono che non mi voglio aspettare. I doni attesi perdono inequivocabilmente valore.
     
    Stamattina zoppico.
     
    Cerco il sole, ma non c'è... anche se in fondo agli occhi, come ogni giorno, spinge per fare irruzione.
     
    Ora ritorna.
     
    Morgana
    February 15

    Desmofatina - parte terza

     
    Settimane piene.. Di quelle fitte fitte che sbatti le ciglia e sei già a venerdì, senza capire come ci sei arrivato. Avresti dovuto (e voluto) fare almeno mille cose in più, ma ti sei fermato a fare due risate con gli amici, la spesa con la mamma, una lettura sul divano, e tutto il tempo fattivo se ne è andato come una bolla di sapone.
     
    Settimane senza solitudine, io, che ne ho sempre così tanto bisogno.. Ma ora no, le cose sono cambiate. Ora mi sento FELICE delle persone che ho attorno. Le amo e mi godo ogni momento che passo con loro. Come sono diverse, le cose.
     
    Una volta detestavo le donne. Quelle che picci picci picci sono sempre pronte a sparlare della cellulite di quella, delle corna di quell'altra, a trovare problemi da tutte le parti. Beh, con questo tipo di donne, in realtà, ho ancora enormi problemi. Quelle che vivono per farsi gli affari degli altri, o per rompere i cosiddetti al malcapitato di turno, o a preoccuparsi solo di unghie e capelli.. brrr.. mi viene la pelle d'oca solo a pensarci. Non ho mai avuto amiche donne.
     
    Quasi mai, via. Fino ad ora.
     
    In questo momento storico sto trovando persone come me. Persone pratiche da alcuni punti di vista, estremamente emozionali da altri, molto libere da problemi, persone tranquille. Mi stanno affollando la vita come una famiglia che non mi aspettavo di trovare. Le ho incrociate un po' dappertutto. Mi sono accorta che con loro, si, anche con loro oltre che con i miei adorati ragazzacci, mi sento a casa. Mi sono accorta che non posso fare a meno di cucinare con loro, comprarmi vestiti neri, leccare coltelli sporchi di cioccolata e far loro sentire la mia musica preferita. Non le mollo più.
     
    La fata Morgana cresce.
     
    Ci sono i sogni. Quelli che ti vengono a ricordare dei volti che dovresti aver messo via, che ti hanno fatto arrabbiare, che ti hanno fatto troppo male. Eppure sono lì, alle sei del mattino, e ti ritrovi a guardare il soffitto sperando che il momento di alzarsi arrivi presto per scrollarti via la sensazione di fastidio che hai addosso.
     
    Valentina è una ballerina. Credo che canti, anche. Ha lunghi capelli biondi, un viso da furetto, e un invidiabile ventre piatto. Braccia magre, quelle da donna deboluccia, con il tricipite flebile. Gambe secche secche che sembrano non finire mai. Anche se è bassa. Più bassa di te, che già sei alto un metro e nulla.
     
    E io sono in casa tua. Ho le tue chiavi e ho un anello al dito. Un anello che non capisco perché non hai dato a lei, visto che era a lei che era destinato. Valentina ha un ruolo in un musical. Nella stanza c'è un caminetto, anzi, no, una stufa accesa che emana incandescenza. Non sa come fare le cose. Non è capace di difendere la tua casa. Per questo la hai affidata a me. Io sono quella che difende il tuo terreno, e lei è quella che proteggi da ogni sforzo. E io so che mi hai dato quell'anello, ma che non è per me.
     
    E ci sono le aquile. Ci sono sempre, ultimamente. Esco da quello che potrebbe essere un castello, o una grossa palestra piena di specchi, e ci sono le aquile. Forse un tatuaggio, forse il bargiglio di una nuvola.
     
    Che strano. Anche quando ti sembra che le persone ti siano scivolate addosso come le mani di un massaggiatore esperto, te le ritrovi incollate come un piercing nel buio dell'inconscio.
     
    Ma, in fondo, quella è un'altra vita. Quella che vivo oggi è splendida. Pregusto la serata, in cui abbraccerò il sole che da una settimana è andato via. In cui vedrò volti amici e li mescolerò con gusto come yogurt con cioccolato. Tutti attorno al tavolo, gli amori della mia vita.
     
    Che, porca miseria, è veramente bella. Così bella che mi chiedo che cosa avrò mai fatto per meritarmela. Ma che senso ha porsi questa domanda? Il mio sorriso sia la moneta con cui ripago i minuti che mi sono donati.
     
    Uno spruzzetto di sole per tutti.
     
    Morgana.
     
     
    February 08

    Desmofatina - atto secondo

     
    Sono in un momento di grazia. E me lo godo come mi sono goduta il rombo della Signora in questa magnifica mattina di sole.
     
    Sono quei momenti di inizio in cui non vuoi interferenze esterne, in cui ti godi gli attimi giorno per giorno senza rimandare a domani. In cui non puoi fare a meno di una persona e sei felice di averla accanto. In cui sai che questo sta valendo le sofferenze che forse verranno. E che non c'è stupido intervento che possa mettere in pericolo il tempio che si poggia sulle spalle di due persone che si tengono per mano.
     
    Sono giorni di ascolto del proprio animo. Di intuizioni, di prese di posizione. Sono giorni in cui farsi trascinare nella spirale che porta il castello del re. Per una delle tante strade possibili. Sono giorni in cui le parole scorrono a fiumi, in una forma che non conoscevo. A volte geniali, a volte gentili, a volte banali o stupide, e sempre in attesa che una mano le raccolga. Sono giorni di aperture verso i limiti e di tentativi di superarli. Sono i giorni in cui ascoltare le necessità dell'energia, le richieste del corpo, e lasciarle avere la meglio. Sono i giorni del rispetto. Alcune cose possono aspettare.
     
    Sono giorni di contemplazione. Di agili dita che accarezzano i tasti facendomi volare l'anima altrove, di albe rosa sulle pareti del palazzo di giustizia, di piccoli riti del mattino che rendono i giorni speciali nella loro consueta ciclicità. In cui un uomo che arriva alla stessa ora nel suo ufficio, di fronte alla finestra, diventa un amico a cui augurare buona giornata. Anche se lui non lo sa.
     
    Le cose che vanno avanti danno lo stesso entusiasmo che regalavano anni fa. Nuove canzoni mettono i brividi all'innalzarsi di quaranta voci. La sala di registrazione aspetta, traguardo meraviglioso di due anni di studio e fatica. Svignamocela quatti quatti. La responsabilità è una gioiosa presa di posizione in un gioco di amici e volti amati. Sono giorni in cui ho voglia di voi.
     
    Desmofatina brilluccicosa e sorridente.
     
    Les jeux sont faits.
     
    Morgana