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July 30 27 luglio 2008 - Certaldo
Le spesse mura di mattoni rossi sembravano infuocarsi alla luce del tramonto.
Il tramonto, nient’altro che un’eco della luce del sole che si sposta dal campo visivo, il tramonto, una relativa prospettiva di posizione, il tramonto, che se uno abitasse in un pianeta piccolissimo potrebbe vederne più di trecento ogni giorno, semplicemente spostando una sedia, come insegna qualcuno che ha molto da insegnare.
I due giovani stavano lì, appoggiati al parapetto massiccio che profumava di medioevo e delle foglie degli olivi che si volgevano anch’esse a salutare l’ennesimo regalo del sole alla terra. I raggi rossi si riflettevano sul vetro sottile degli occhiali del ragazzo – occhi castani non molto grandi, un buffo naso a patata, lineamenti profilati da un’ombra di barba e una sorridente cesta di capelli color del noce. Lo guardava, la ragazza, per imprimersi per sempre nella testa quel momento, che forse non avrebbe significato molto nell’economia delle loro vite, o forse tutto, chi lo sa. In fondo, era solo l’ennesimo tramonto, e lui era solo l’ennesimo poeta senza gloria che riempiva di versi colorati la sua vita e i suoi sogni di giovane fata. Il cielo si stava tingendo di viola mentre i due si allontanavano, mano nella mano, insieme ma non esattamente, non ancora, anche se avrebbero voluto – entrambi, o forse solo lei, o solo lui, questo non possiamo saperlo. Forse il posto non era quello giusto – un angolo di passaggio in una vecchia città medievale – o forse era il momento a non essere giusto. Chissà. Ma si allontanavano, mano nella mano – la mano di lui così piccola, quasi di bambino, la mano di lei ingentilita da argento e pietre nere. Così strani a vedersi, da fuori – lui magro e piccolo con quel buffo cespuglio di riccioli ribelli, lei più alta e corposa, con una lunga scia di capelli castano rossicci e un tocco di antico sulla pelle di perla. Andavano verso la chiesa del piccolo borgo, curiosando le stanze abitate, soffermandosi sulla magia di un pianoforte a coda nero circondato di candele, o sulle torce piantate ai muri, che sembravano riecheggiare il suono frastagliato di un girone infernale. Si fermarono – chissà perché , chissà in preda a quale strana intuizione – sullo spiazzo di un uliveto, in mezzo al nulla, mentre la città ai loro piedi accendeva le luci e i contorni iniziavano a svanire. Ti devo ringraziare per tutto questo – disse lei, con la voce più dolce e genuina che avrebbe potuto scegliere tra le infinite sfumature di cui era dotata. Smettila di ringraziarmi – ribatté lui, con quel tono un po’ nasale e acuto che lei avrebbe riconosciuto in mezzo a mille – Se mi vuoi ringraziare davvero fallo con un abbraccio. Fu così che si trovarono abbracciati l’uno nei capelli dell’altra, a respirare un odore nuovo, a toccare per la prima volta con il proprio corpo l’altrui fisicità, a sfiorare gentilmente la pelle dell’essere che si trovavano per caso nel cuore e assorbirne l’energia e la consistenza.
La ragazza affondò le mani in quella nuvola per scoprire un cranio gentile e delicato che poggiava sopra un collo morbido. I capelli le scivolavano tra le dita con un dolce solletico, e la lama di barba era soffice a contatto con le sue guance. Gli scivolò sulle braccia con la punta delle dita per arrivare alle mani – piccole e leggere come un velo di seta – e poi risalì lungo il bicipite fino al petto e al ventre piatto e liscio solcato solo da un’impercettibile riga di muscoli. La pelle del ragazzo aveva un odore buono ed era gentile e innocente come quella di un bambino. La mano ritornò al suo petto e si appoggiò sulla gola, e fu meraviglioso scoprire che il piccolo cuore di quell’essere stava correndo all’impazzata, e che il respiro era veloce come dopo una lunga corsa.
Il ragazzo affondò le mani in quella cascata di seta rossiccia e carezzò il cranio di lei, così fiero, così forte. La sua pelle sapeva di biscotti e cannella, e i suoi capelli erano un fiume di loto nell’oblio dal quale perdere i sensi per non riaversi mai. Il viso, così vicino, era un mare di pelle bianca senza impurità, una distesa di neve dentro la quale affondare fino alle ginocchia. La sua mano iniziò a scivolarle lungo la schiena, coperta solo da un leggero velo di mussola nera, e saggiò una a una le vertebre per poi allargarsi sui fianchi – quei fianchi così mascolini e sodi e diversi da quelli a cui era abituato. Si lasciò andare alle carezze della ragazza che, per un attimo raggiunsero le sue mani e le strinsero per poi ripartire per la curiosa esplorazione del suo corpo. Ricominciò anche lui, e il suo tatto pudico ripercorse la linea del collo per poi fermarsi alla nuca. Le scostò i capelli dal viso, mentre la mano di lei si appoggiava dolcemente sulla sua gola, a mettere a nudo che il suo cuore era ormai fuori giri, ko, in preda al più smodato spasimo di desiderio.
Le loro labbra si incontrarono in quello che era un gesto gentile e pieno di dolcezza. Questo avrebbe potuto dire chi li avesse visti da fuori: che quei due esseri non si stavano baciando, ma si stavano scambiando una gentilezza.
Le labbra del ragazzo erano morbidissime, quasi indistinguibili dalla lingua, vaporosa e bagnata. Il suo sapore era piacevole, e faceva capolino tra l’aroma della sigaretta che si stava spegnendo ai loro piedi e il gusto inebriante del vino. I suoi movimenti erano lenti, soavi, delicati come una rosa di vetro. Fu proprio questa la sensazione che la ragazza provò: quel ragazzo era una rosa di vetro, un essere bellissimo, ma infinitamente delicato e fragile. Provò un moto di tenerezza verso il piccolo poeta, e giurò a se stessa che per nessuna ragione al mondo gli avrebbe fatto del male.
Le labbra della ragazza erano un cuscino di petali di girasole, un tappeto di seta imbottito di piume d’oca. La lingua che faceva capolino in mezzo a quella bocca rosa e carnosa era stranamente ruvida, come quella di un gatto, ma piacevole al tocco. E c’era quel modo, quella passionalità nel movimento, quella voglia di amore, quella bramosia che sembrava risucchiarlo in un turbine di follia e di dimenticanza, che lo faceva ridere ma allo stesso tempo indietreggiare. Nell’eccitazione del momento, nello sgomento di quegli occhi di ghiaccio il ragazzo provava due sentimenti contrastanti. Desiderio. Paura. La voglia di prendere quelle labbra e morderle e succhiarle e da esse lasciarsi inebriare fino a non capire più nulla, e la paura delle conseguenze che una donna di quel tipo – troppo bella, quasi pericolosa – avrebbe potuto portare. Fu la paura a indurlo a fermarsi, sgomento, a guardare con quei suoi quattr’occhi quella strana statua di carne e fuoco che si trovava tra le braccia.
La rosa di vetro sembrò indietreggiare, impaurita dalla potenza della marea che la passione della ragazza stava riversando nella scoperta, nell’attimo di stordimento e meraviglia che è il primo bacio. L’acqua della paura ridusse il fuoco della passione a una tenue brace e indusse la ragazza a maggior cautela. Ho promesso che non ti farò del male – ripeté tra sé e sé – e Morgana mantiene le sue promesse. Ci sarebbe stato un momento – quello giusto – per lasciar divampare l’incendio. Tutto ciò che avrebbe dovuto fare sarebbe stato prendersi cura della piccola rosa di vetro, finché l’orologio dei loro spiriti avesse rintoccato l’ora propizia. Lo abbracciò con attenzione e prese la sua mano, delicatamente, mentre si dirigevano verso casa, l’incontro sancito dalla preziosa poesia della musica. Un cammino era iniziato, in quell’uliveto. Un cammino verso un ignoto mare, forse soli, forse insieme. Chissà.
questa meraviglia alla sua fine arriverà.
è una meraviglia, e finché dura ne godremo Troverai terreno fertile.
Musa, Marlene Kuntz Morgana. July 29 On the air - 26.07.2008 (aka "Non tutte le ciambelle...")Un buon inizio è spesso seguito da un ridimensionamento, e questa è in generale la storia della mia vita.
Situazioni difficili, soprattutto sonoramente, pubblico disinteressato e quasi infastidito, strumentazione parziale, certo non aiutano un buon live, soprattutto se il o la cantante manca di esperienza.
Poco male. Se l’esperienza non c’era ora c’è, e fa bagaglio con tutto il resto, per il futuro.
Rimangono immagini belle e momenti da ricordare. E il grazie dovuto a chi c’era.
(images by Superbura..thank you!!)
Prova una volta a inventare una rock and roll band e dentro al tuo bar, muoverti come una rock and roll star
[PFM, Si può fare]
Morgana July 25 Musinvestimenti, pt. 2
Pontassieve, 24 luglio 2008, PFM canta De André
Gli alberi nel buio sembrano montagne, fronde frastagliate contro un blu coperto da capocchie di spillo. L’acqua scorre gentile lungo il greto quieto, sassi bianchi attorno e giunchiglie e canne che si dondolano leggermente alla luce dell’ultimo quarto di luna.
Sotto i piedi sassolini bianchi a sporcare l’orlo dei pantaloni e a riempirmi le scarpe di polvere. Di fronte agli occhi le luci pesanti della ribalta e dentro allo sterno i colpi martellanti della cassa e del basso che mi fanno tremare le viscere. Attorno, un mondo di volti scuri, un intero universo di ombre e di odori che saltella senza tregua da ore.
Eppure non c’è nessuno. Nessuno tranne te.
Quante gocce di rugiada intorno a me Cerco il sole ma non c’è Dorme ancora la campagna o forse no È fredda, mi guarda, non so
La marea mi assale, potente. Potrei svenire, ora, al solo accenno di queste note. Un braccio dietro alle spalle, la mano destra sulla mia, decisa e sottile, piccola e fragile, la pelle così delicata e liscia e pulita e brillante, e gli occhi che si chiudono e l’anima che se ne parte nel suo viaggio privato di disegni e sensazioni.
Già l’odore della terra ha odor di grano Sale adagio verso me E la vita nel mio petto batte piano Respiro la nebbia, penso a te.
I tuoi capelli ricci e pieni di sole mi sfiorano la tempia, gentili. Il tuo collo è vicino - a un tiro di bacio -, il tuo corpo è vicino, a lambirmi i fianchi in una curva gentile, che si arroga la mia attenzione come una scia luminosa che scende alle cosce, alle gambe, perdendosi nelle ombre delle nostre estremità, nelle note benedette e intense di questa canzone eterna che scandisce il tempo – immobile ed eterno – di questo istante – perfetto perfetto perfetto mi ripete la mente ad ogni tocco di batteria.
Quanto verde tutto intorno e ancor più in là Sembra quasi un mare l’erba E leggero il mio pensiero vola e va Ho quasi paura che si perda.
L’anima del mondo abbassa il capo e socchiude gli occhi, conscia dell’intimità di un momento che deve riguardare due e due anime soltanto – la mia e la tua. Ci sono le tue labbra alla mia sinistra, i fianchi che si muovono impercettibilmente sulla marea di un assolo lancinante che spezza il fiato e poi le mani, forti, che sembrano capire, che sembrano muoversi, che sembrano sorreggere una corrente – quella delle emozioni - quasi troppo impetuosa per essere sopportata da un essere soltanto, ma due anime, quelle no, perché due anime abbracciate sono una colonna quasi indistruttibile.
Un cavallo tende il collo verso il prato Resta fermo come me E la vita nel mio petto batte piano Respiro la nebbia penso a te
E’ tutto luce, e luce soltanto, e solo la parola luce può rendere quello che è. Le note sono fuochi d’artificio che scoppiano dentro con tutti i colori dell’arcobaleno e tu sei un fascio accecante che irradia calore sei.. sei.. sei una boccata d’aria piena di te, di quell’odore che mi ritrovo sui vestiti in particelle che il tempo malvagio strapperà dai tessuti ma no, non dai ricordi, non dai polmoni che hanno respirato qualche eterno attimo di te.
No, che cosa sono adesso non lo so Sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso No, che cosa sono adesso non lo so Sono solo, solo il suono del mio passo
Una mano gentile sfiora la mia, mentre, nella transumanza degli animi, ci dirigiamo di nuovo verso il silenzio del greto del fiume, verso il giardino con le altalene, a salutare la luna in questa notte che è tornata silenziosa e quieta, che è tornata cemento e terra. Angolo di Paradiso, un bicchiere di vino, la testa crolla, ubriacata di emozioni, ubriacata di te e dei tuoi occhi celati da un velo di vetro sottile, e dalla testa che sul tuo petto respira un ultimo istante di vita prima di abbandonarsi all’oblio.
E intanto il sole tra la nebbia fltra già
Il giorno come sempre sarà.
All'idea che, questa notte, ha dormito nei miei sogni.
Aspettando.. settembre.
Morgana.
July 24 On the air - 22.07.2008
La tastiera si intrufola con un tappeto ostinato in mezzo ai tavolini e alle sedie di plastica, in un anfiteatro in cotto circondato da una recinzione di canniccio che profuma della danza di un corpo e di un nome che non mi appartengono più. L'uomo allo strumento – un signore sulla quarantina con una tranquillissima felpa della Champion, che potrebbe essere seduto a una scrivania o davanti a un piatto di pasta e forse non cambierebbe espressione - attacca un arpeggio di campanelli posticci e metallici che si sussegue per un minuto nell’aria. Questa è la solita scena, vissuta mille volte a mille Feste dell’Unità tutte uguali tra di loro, tutte toppo farcite di musica da quattro soldi e per quattro soldi ascoltata tra una pizza e una birra a prezzo popolare. Questo è il solito martedì delle feste di paese, con qualche motociclista che si è spinto a mangiare salsiccia e bere birra fino a questo posto dove fa quasi freddo, i vecchietti della zona che vengono a prendere il gelato, e i parenti e gli amici del gruppo che suona che siedono timidamente ai tavolini dell’anfiteatro, stretti nelle loro magliette e pronti a sopportare due ore di musica che non darebbe nulla a nessuno se non a chi ama le persone che la stanno facendo. Questa è la solita immagine di anni e anni di concerti, di ore e ore di giudizi e di cori e di balli anche un po’ idioti, di batticuore al sentire una certa voce che intona una certa canzone. Eppure. Eppure qui c’è qualcosa di diverso. Si, decisamente. Perché per la priva volta nella mia vita i campanelli che arpeggiano non stanno aspettando qualcuno: stanno aspettando noi. Perché è la prospettiva a essere diversa: questa volta non vedo la scena, questa volta ci sono dentro e le scale di questo palco le devo salire io. Le dobbiamo salire noi. (Images by Giampiero Mignani, www.giampieromignani.it ) La visuale da qui è strana – le persone stanno a sentire quello che fai e cantano con te, e il suono ti investe da dietro, e quello che esce fuori non lo sai. All’inizio c’è un gran guazzabuglio – le parole, i discorsi che sembrano spariti dalla testa, e dover capire come funziona questo suono, e come vanno i live, e come parlare col pubblico.. si, è un casino! - ma i pezzi passano, e iniziamo a divertirci, e la fila davanti si scambia sguardi di intesa e nascono momenti magici, come quello di Solsbury Hill o di Maestro della Voce, o de L’Eremita, o anche l’attacco scazzatissimo di Time che rimarrà negli annali della storia della musica come il peggior inizio di canzone mai eseguito. Io non lo so come abbiamo suonato, cosa abbiamo combinato - nel bene o nel male, quanto abbiamo sbagliato, quanto facciamo schifo e quanto invece siamo bravi, io questo non lo so. Non lo posso sapere. Io ero lì sopra e mi sono impegnata perché qualcosa tornasse, per essere meglio che potevo, per scegliere i registri e i momenti per respirare, per trovare le sillabe con la giusta nota, per guardare i miei compagni e condividere con loro la meraviglia del suono. Io non lo so se vado bene, so di avere ancora tantissimo da studiare e da imparare, credo di essere veramente l’ultima degli ultimi nel percorso della musica, e so anche che da qualche parte dovevo iniziare, e lo ho fatto grazie ai meravigliosi uomini che mi hanno adottata negli ultimi mesi e che ieri sera hanno dato un posto al centro del loro palco e mi hanno dato una fiducia enorme mettendosi in gioco con me. So che, anche se c'erano solo trenta persone a sentirci, anche se c'era freddo e se ho sbagliato tanto, questa data mi rimarrà nel cuore, assieme al cielo stellato, alla Guida che mi ispirava le parole e al Ragazzo che mi sussurrava dentro, al duetto con Giacomo, agli scherzi con Mauro, all’uomo del Tempo, a Stefano con il suo mug… La prima volta non si scorda mai: ti rimane nel cuore per sempre. So che mi resteranno dentro i sorrisi dei miei amici, i consigli alla fine, e spero che non fossero di circostanza ma di cuore - io li ho presi come tali, e vedervi lì mi ha fatto l’effetto di un ettolitro di Redbull, grazieee!! So che il vino sancisce le amicizie, e che queste avventure portano i semi a crescere e diventare arbusti, che abbiamo piantato una sequoia, e ieri è spuntata una piantina minuscola, lavoriamo per renderla meravigliosamente grande, che fatica da fare ce n’è ancora, e la potenzialità c’è. Vi canto il mio grazie, con tutta la voce che ho. Qui per sognare mi tocca dormire
o come sempre suonare suonare
...no no non ci sto
salgo su un'auto che
mi porta via via via..
..e allora si, torno a girare là
dove c'è musica.
[PFM, Suonare suonare]
Morgana July 14 MusinvestimentiCerte volte non si tratta di andare a vedere un concerto. Si tratta semplicemente di fare un investimento.
L'investimento abbraccia diversi gradi della vita. Potrei dire che la abbraccia quasi a trecentosessanta gradi, senza fare dispetti a nessuno.
C'è la partenza in una mattina di sole, con l'aria frizzante, le borse ben assicurate sul sedile posteriore, e le curve veloci veloci veloci, e anche quelle sbagliate, e il colore degli occhi degli amici che si confonde con quello sullo sfondo.
C'è la pizza a Castellina in Chianti e poi perdersi in un mare di girasoli, lo stesso che un amico caro ha immortalato per me solo una settimana fa (l'immagine qui sotto è di Alfogator 389.. grazie!) .. Perché una distesa così infinita può solo ricordare un mare, un oceano infinito in cui perdersi con il cuore aperto.
C'è l'arrivo e il togliersi la tuta in tutta fretta e poi lanciarsi senza pensarci in una piscina piena di amici e fare la lotta con il coccodrillo gonfiabile e non riuscire a parlare dalla voglia di ridere (e dai biscotti al cioccolato tutti pigiati in bocca).
C'è Perugia, con le sue strade e i suoi tunnel, con la musica che la accompagna ogni angolo e che riempie le vie del corso, e c'è la Magia delle mani e della mente dell'uomo che creano, unendosi, emozione allo stato puro. C'è l'Arena di Santa Giuliana, c'è la luna in una notte stellata e chiara, e ci sono le gambe che partono e danzano nelle creazioni di un uomo che ha folti capelli ricci, e le lacrime che scendono quando un tizio che non sembra essere più che un impiegato delle Poste intona con la sua voce impeccabile La mer. C'è la consapevolezza che stai assistendo a una cosa unica, a una serata che sarà scritta nelle pagine della storia, e tu sei lì, ci sei, hai la stramaledetta fortuna di poter cogliere quello che sta succedendo nota dopo nota, e di toglierti il cappello al terzo bis con standing ovation, con le stelle cadenti che sembrano salutare dal cielo quell'evento, e pensare che, alla fine, ti devi ricredere, che questo Stefano Bollani è veramente un mito. E Gori, e Guerrini, e Gaetano Veloso, e che serata, ragazzi, che serata, e che gioia aver potuto leggere le stesse emozioni nei volti delle persone che ami.
Sono investimenti, questi. Sono attimi di eterno che ti vengono a trovare e che ti busseranno nella memoria nelle notti a venire, sono folgorazioni, doni della vita, brividi di vera felicità. Quello che ho visto, quello che la Musica mi ha regalato, quello che gli amici hanno contribuito a rendere perfetto mi rimane dentro, tatuato sulla tela del ricordo, catalogato nella stanza delle cose da portare nel cuore fin quando questo cuore sarà capace di battere.
Morgana. July 10 La strada verso il mare"Così Elisewin scese verso il mare nel modo più dolce del mondo – solo la mente di un padre poteva immaginarlo – portata dalla corrente, lungo la danza fatta di curve, pause ed esitazioni che il fiume aveva imparato in secoli di viaggi lui, il grande saggio, l’unico a sapere la strada più bella e dolce e mite per arrivare al mare senza farsi male. Scesero giù, con quella lentezza decisa al millimetro dalla sapienza materna della natura, infilandosi a poco a poco in un mondo di odori di cose di colori che giorno dopo giorno svelava, lentissimamente, la presenza lontana, e poi sempre più vicina, dell’enorme grembo che li aspettava. Cambiava l’aria, cambiavano le aurore, e i cieli, e le forme delle case, e gli uccelli, e i rumori, e le facce della gente, sulla riva, e le parole della gente, sulle loro bocche. Acqua che scivolava verso l’acqua, corteggiamento delicatissimo, le anse del fiume come una cantilena dell’anima. Un viaggio impercettibile. Nella mente di Elisewin, sensazioni a migliaia, ma leggere come piume in volo. Ancora adesso, nelle terre di Carewall, tutti raccontano di quel viaggio. Ognuno a modo suo. Tutti senza averlo mai visto. Ma non importa. Non smetteranno mai di raccontarlo. Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare, Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla, una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.
Oceano Mare, A. Baricco. Dalla Fata Morgana, che aveva paura della vita, all’Angelo Bianco, che ha per lei costruito un fiume che la ha accompagnata dolcemente al mare, prima di dirle addio. Morgana. July 08 Storie per sopravvivereLa Fata e il Ragazzo che credeva nelle Fate. (di Morgana - Ilaria Boero) La scena che le si parò davanti sarebbe potuta appartenere a qualsiasi epoca - forse la nostra, forse quella delle giostre e dei cavalieri, forse quella dell’India amena dei giardini dei Bramini. Il Ragazzo che credeva nelle Fate – perché di un Ragazzo si trattava sebbene lo si sarebbe potuto confondere con lo Spirito del Bosco o con il protettore della Fonte di fronte alla quale stava parcheggiando la carrozza – era completamente vestito di bianco – di bianco come le persone che erano morte e che apparivano nelle sue storie, di bianco come l’Angelo dalle ali piumate che la aveva accompagnata fino al mare, di bianco come i candidi fiocchi di neve che ricoprivano i campi immacolati delle stanze del suo cuore. Lo guardò passando – seduto su una coperta profumata di aprile, con un’aureola di capelli ricci e folti che ci avrebbe tuffato le mani dentro e poi il naso per ascoltarne l’essenza e rubargli segreti e carezze gentili, quei capelli castani quasi rossicci ma no, semplicemente castani con qualche velato ricordo di età, e quel filo di barba gentile a incorniciare un volto leggero e pulito, pulito come la sua veste, pulito come la sua pelle che la chiamava liscia dal velo di abbronzatura , dall’odore di nulla, o forse del mare o della terra, questo lo avrebbe scoperto perché si, non tralasciava mai l’odore delle persone, che tanto agitava il suo istinto animale. Lo guardò passando, alzare la testa da un libro – un libro, un libro con il suo significato, o forse un libro senza significato, o forse nemmeno un libro ma solo un’idea che quel libro voleva dare, o forse solo parole come quelle che li avevano uniti come un lungo ed impetuoso fiume bianco e nero bianco e nero da quando lo aveva incontrato. Da quando si erano incontrati. Si erano incontrati un luogo qualsiasi, in un momento qualsiasi, e quell’incontro aveva reso speciali e unici quel momento e quel luogo annullando per sempre la parola qualsiasi – come solo un incontro, l’aprirsi di una porta, l’incrocio di due strade, lo sfiorarsi di due sguardi, l’unione di due mani può fare. Un momento prima l’altro non c’era, e quello dopo – un momento qualsiasi che ormai qualsiasi non era più, o che forse lo era per tutte le altre creature del mondo tranne che per loro – l’altro iniziava la sua esistenza, con il suo bagaglio, la sua povertà, la sua ricchezza. Che poi, forse, lui, con le sue parole - parole come quelle che li avevano uniti come un lungo ed impetuoso fiume bianco e nero bianco e nero da quando lo aveva incontrato – le era sempre stato accanto, pur senza saperlo, pur senza che nemmeno lei lo sapesse, e la aveva cullata nelle notti e nei giorni nell’aria salmastra di una spiaggia greca, o nella lingua tagliente di una stella non proprio grandissima. Ma lei non lo sapeva, non poteva saperlo, impegnata come era a percorrere il suo cammino, ad aggirare gli ostacoli e leccarsi le ferite e donare a chi le attraversava la vita , e solo in quel momento – qualsiasi ma non più qualsiasi – e in quel luogo – qualsiasi ma non più qualsiasi – il Ragazzo che credeva nelle Fate – perché un Ragazzo era, o forse era un’Idea, e lei si era sbagliata e aveva sognato tutto, e aveva dimenticato il suo volto e la sua voce, ma no, lui era lì, proprio come lo ricordava, e allora non era un’Idea, era proprio un Ragazzo, o forse era stato un’Idea, e ora era un Ragazzo da scoprire, o forse l’Idea sarebbe rimasta e le si sarebbe aggiunto il Ragazzo, ma lei doveva vivere per capirlo – usciva dal ricordo e ripercorreva la distanza tra il suo dentro e il suo fuori per rivestire i panni di se stesso. Panni bianchi. Panni candidi e leggeri. Come la sua pelle. Come la sua anima. Le batteva il cuore, si, come di una leggera ebbrezza, come di una sbornia di cioccolato e caffè, mentre si metteva a posto i capelli e si lisciava le ali, perché fossero perfette e bellissime, perché non si notassero troppo i suoi rattoppi e i segni sulla pelle. Ma non li voleva nemmeno celare, i suoi rattoppi e i suoi segni sulla pelle, i suoi difetti sparsi qua e là, e per questo si era preparata a quell’incontro con la meticolosità della sposa, ma aveva scelto di camminare all’altare del loro primo, consapevole Ciao con i suoi panni di tutti i giorni, con l’abito e il volto che non avrebbe mai abbandonato di lì agli anni a venire. Perché questa è la mia dote nuziale, Ragazzo che crede nelle Fate, essere me stessa ora e sempre, senza prometterti ciò che non posso mantenere, semplicemente presentandomi con i più e i meno, così come sono, così come i tuoi occhi mi vedranno sempre, se ancora vorranno vedermi dopo questa sera. I platani coprivano le loro teste come una tenda gentile, quando la Fata salì sul tappeto volante del Ragazzo che credeva nelle Fate. E c’erano le sue mani piccole e curate, curate come il suo animo, i suoi piedi piccoli e nitidi, nitidi come il suo animo, un fisico asciutto e leggero, leggero come il suo animo, e un paio di occhi acuti e brillanti, brillanti come il suo animo – gli occhi di chi è in cammino e cerca cerca cerca qualcosa che forse non troverà, ma l’importante è non smettere di sognare. E c’era la sua voce, quella voce che riservi solo agli incontri speciali, quelli in cui il cuore lo metti sul tavolo e lo apri mostrandone i tesori, quelli in cui le parole sono un fiume che si soppesa mentre nasce, e la fonte è proprio quella di noi stessi - una piccola Fonte rosa che ricorda la Fata che ti siede di fronte. Perché mi chiamo Morgana, la donna del mare, e tu altro non sei che un’eco di antico coraggio, un uomo che a passi lievi ha attraversato campi silenti innevati della mia anima che erano riservati al tuo piede, alle tue orme, e che prima che tu arrivassi non avevo mai scoperto. Ma tu questo non lo sai, chissà se lo sai, tu questo non lo saprai mai. Perché mi chiamo Morgana – Morgana, che nome strano, come il mio gatto! perché è destino che tutti quelli che incontro abbiano un gatto di nome Morgana – ma tu lo sai e pochi altri, pochi altri che mi conoscono veramente, e nessuno – sissignore nessuno – che utilizza quel nome lo fa con la consapevolezza con cui lo fai tu. Perché non esisterebbe la Fata se non esistesse un Ragazzo che nelle Fate crede, e che per le Fate inventa sorgenti e Fonti e scenari ammantati di magia. I platani coprivano le loro teste e, per qualche istante, una pioggia leggera canticchiò salutando il loro arrivo con lacrime di benedizione, ma i gentili platani che coprivano le loro teste protessero l’incontro e sorrisero al cielo chiedendo alle stelle di tornare a splendere – prima una poi dieci, poi un intero firmamento. E la luce se ne andò, restituendo all’occhio solo il chiarore della veste del Ragazzo che credeva nelle Fate e del timido stupore della Fata, e vennero i doni per l’incontro, la speranza, la colonna forte, le parole. E venne il fuoco a rischiarare i loro volti e a colorare le loro pelli, e non c’era nessuna paura, e c’erano solo loro due, il bosco, il suono degli animali che correvano loro accanto, la luce del primo quarto di luna che faceva capolino tra le fronde. E c’era il suo collo - una virgola bianca tra i lobi e le spalle - a distanza di un gesto, il collo – un triangolo bianco tra lo zigomo e la clavicola celati da una sottile lama di barba e un bianco velo - che la invitava a saggiare la dolcezza della pelle e l’esperienza del tocco – ma non si può, Morgana, siediti tranquilla e respira dolcemente le sue lente parole che ti invadono come un fiume i reconditi del cuore, e cerca di trovare te stessa e di offrire al tuo dolce ospite quello che di meglio hai da offrire. I platani coprivano le loro teste, e il tempo passava, innaffiato dal nettare del loro fronteggiarsi e dalle bollicine animate dell’ambrosia delle feste degli Dei. Il tempo passava ovunque, ma non passava per loro, seduti in un bosco su un tappeto volante, a raccontare di sogni e di esperienza, a svelare cose non dette o dette solo a metà, e a scoprire che ciò che il velo copriva era, come spesso accade, ancora più bello del velo stesso. E il tempo passava, ma in realtà non passava, non c’era tempo tra di loro, non c’era noia, ma solo la magia di una cosa che inizia, e forse finirà quando il tappeto volante tornerà una coperta, e le vesti bianche ritorneranno un paio di jeans e una maglietta, o forse durerà per sempre, o forse solo per un po’, questo lo diranno solo loro e il tempo, il tempo che, lì e allora, si era fermato, come si erano fermati il mondo e i pensieri, le cose di tutti i giorni, le ansie e le preoccupazioni – come se una parentesi si fosse aperta e il fiume si fosse accoccolato in una piccola piscina naturale circondata da giunchiglia che la cela alla vista degli uomini, degli Altri, di quelli non invitati a quella cerimonia privata. E il tempo passava e loro non se ne accorgevano, seduti sul tappeto volante del Ragazzo che credeva nelle Fate, del Ragazzo dalle mani ordinate e dall’aureola di capelli castani, nel gioco meraviglioso dell’incontro, nell’audacia azzardata di chi non ha paura di se stesso. Normale era la Fata – aperta al gioco e stupita, quasi intontita, dalla meraviglia dello spettacolare allestimento preparato per lei, che poi cosa aveva fatto per meritarsi questo, nulla, che poi cosa aveva fatto per ritrovarsi in questa favola, nulla, ma sta proprio qui la ricompensa per chi crede nelle favole, che prima o poi ti capita di viverle, e tu devi solo fare il piccolo sforzo di riconoscerle e di metterti il costume giusto per quella sera, e lasciarti guidare dalla trama senza mai tirarti indietro. Speciale era il Ragazzo che credeva nelle Fate – senza timore di mettersi in gioco, investito della calma degli abiti candidi, dell’animo candido, dalla luce candida delle candele, delle candide idee piene di attenzione. Speciale era il Ragazzo che credeva nelle Fate e speciali le sue parole, le sue esperienze, gli angoli di mondo che si sgranavano sul volto lindo, lindo come gli abiti che aveva addosso. Normale era la Fata, spersa su un tappeto volante a sfiorare i tetti delle case di paglia dell’Africa nera e le guglie di una luccicante San Pietroburgo. Speciale era il Ragazzo che credeva nelle Fate, che portava tatuati nel suo nome la conoscenza, l’ardore, gli odori e i suoni di terre lontane. I platani coprivano le loro teste anche quando le candele si spensero – un solo soffio, un solo gesto – perché le favole non possono durare in eterno e prima o poi devono finire, o semplicemente mutare forma – le favole, la Fata che, come tutte le Fate, viveva in una favola, lo sapeva bene, non finiscono mai, cambiano solo lo scenario e il linguaggio e i mezzi e i personaggi, ma non muoiono, non possono morire, finché esiste anche un solo, semplice - o forse speciale - Ragazzo che crede nelle Fate e che inventa per loro nuove favole da vivere. La Fata tornò al suo nido – un piccolo Angolo di Paradiso sospeso tra i mondi del sogno e della realtà – e una storia da raccontare la venne a trovare. Immaginò passi da fare e piccole cose, mille capitoli nuovi per la favola che aveva vissuto e ringraziò il Ragazzo con una promessa – la promessa di un abbraccio, la promessa di un contatto furtivo ma estremamente significativo, quasi a voler rompere lo scudo della distanza – quella distanza tra ciò che ho imparato ad amare e ciò che vendi al mondo, quella distanza di cui mi sono innamorata come mi innamoro di tutte – o forse non di tutte - le distanze, e del cielo, e di dove va a finire la luna quando esce il sole. Non sapeva quando né dove né se – anche se quest’ultima ipotesi non la accarezzava nemmeno un po’ - si sarebbe scritto il capitolo secondo. Sapeva che non poteva e non doveva essere banale, sapeva che avrebbe dovuto essere un capitolo pieno di girasoli e luce, o di stelle e storie da raccontare. Sapeva che il posto avrebbe dovuto essere speciale, come speciale era il Ragazzo che credeva nelle Fate, e che non ci sarebbe stato bisogno della musica, perché la musica erano le loro parole, e le loro anime. O forse ci sarebbe stato bisogno della musica, che rompe ogni confine interno, e dell’acqua, e della Madre Terra e della Natura, o forse semplicemente di un posto antico in mezzo alle colline, un posto che in pochi conoscevano e in cui lei spesso si rifugiava a sognare un’epoca differente da quella che le era dato di vivere. Non sapeva ancora, la Fata, e non sapeva se aspettare o aprire la porta del suo nido e suonare un campanello, o semplicemente prendere la carrozza dei sogni e andare a suonare con un cornetto la sveglia della mattina del Ragazzo che credeva nelle Fate. Non lo sapeva ancora, la Fata, perché certe cose non le sai, e rimani con la domanda in testa finché non suona il diapason dell’intuizione, e allora sai che cosa devi fare e lo fai, senza nemmeno domandarti perché. In realtà la Fata sapeva poco, sapeva solo che i Ragazzi speciali, quelli che credono nelle Fate, non si incontrano tutti i giorni. Che le ragioni per cui si incontrano possono essere mille, ma non bisogna fermarsi troppo a chiedersi quali siano, perché le risposte verranno da sé, come da sé sono venuti gli incontri. Poco sapeva la Fata, se non che aveva trovato una persona speciale che le aveva attraversato il cammino. E che avrebbe fatto molto – tutto il possibile - per non perderla.
07.07.2008. Primo compleanno – reale - della Fata Morgana. Per un’Idea. July 04 Aspettare pt.2Caro Babbo Natale,
non pensavo che tu fossi
COSI'
efficiente.
Grazie di cuore!!
Morgana.
July 03 AspettareCaro Babbo Natale,
sono fuori stagione, lo so. In questo periodo hai ben altro da fare, sdraiato sulla spiaggia di Honolulu con i bermuda rossi a fiori bianchi, tra un mohito e un tubo con il surf. E' che a dicembre non ti ho chiesto nulla, mi domandavo se per caso puoi fare uno strappo alla regola e esaudire una piccola richiesta che ti giunge fuori tempo massimo... Del resto non sono stata troppo cattiva, un regalino sotto le piante grasse credo di potermelo meritare...
Non sono giocattoli quelli che vorrei, né macchinari elettronici costosi, di quelli che vanno di moda ultimamente.
Non ti chiedo nemmeno gli scarichi nuovi per la moto e non faccio finta di essere generosa desiderando la pace nel mondo.
Ci sarebbero piccole cose che potrebbero rendere la mia vita migliore di quella che è: tante date con il mio gruppo, qualche grado in meno a Firenze, pomeriggi liberi da passare con i miei amici, la diminuzione del costo della benzina, la possibilità di suonare per strada ogni giovedì sera con i ragazzi del coro senza temere la galera, tanti concerti gratis in ogni angolo, una piscina pubblica in mezzo a Via di Novoli, la fine dei lavori della tramvia, il wi fi gratis a coprire la città.. Ma sono tutte cose, tu lo sai bene, che non cambiano la mia realtà: sto bene e sono felice anche senza, e non mi logoro per quello che non ho, perché ho già moltissimo.
Quindi perché mi stai scrivendo? Ti chiederai mentre ti radi barba e capelli e ti spalmi la crema solare prima di iniziare la lezione di Kyte Surf.
Babbo Natale, è che non ce la faccio più. Sono veramente stanca. E' iniziato tutto tanto tempo fa, e io sono ancora qui ad aspettare. Per favore, te ne prego, se un piccolo regalo mi può essere dedicato in questo caldo inizio di Luglio, che sia proprio questo:
Non farmi più aspettare.
Questo non significa che voglio a tutti i costi che accada quello che spero, anzi. Certo, se succederà per me sarà meglio (o forse peggio, non si può mai sapere!), ma non è questa la mia richiesta.
Aiutami, ti prego, a non aspettare più. A mettermi il cuore in pace di fronte alle altrui codardie e motivazioni, a imparare a vivere senza gli altri, da sola con me stessa.
Ci provo, tutti i giorni, ma poi c'è quella parte che vorrebbe qualcuno che prende inevitabilmente il sopravvento, e ormai è troppo tempo che quel qualcuno mi tiene sul filo del rasoio di un presente che sembra non essere mai quello giusto. Perché a volte le attese hanno il gusto di una poesia, ma a volte, se troppo prolungate, hanno l'effetto di far marcire il frutto sull'albero rendendolo immangiabile. Ed è questo che sta succedendo, Babbo Natale. Il mio interlocutore sta menando questa attesa troppo a lungo, e il fiore che ho dentro sta delicatamente appassendo. Che muoia, allora, Babbo Natale, o che quel distratto giardiniere arrivi e se ne prenda cura come si deve.
Perché aspettare non è mai bello, per nessuno. Aspettare concentra l'attenzione su ciò che NON arriva, e non permette di godere di ciò che abbiamo, e io non voglio più aspettare.
Babbo Natale, ti sarò infinitamente grata se vorrai ascoltare questa mia richiesta e dare al mio povero cuore fin troppo sconquassato un po' di tregua. Sono certa che vedi questa tempesta, e che capisci che quello che ti sto chiedendo è semplicemente una nuova speranza.
Non so se potrai aiutarmi.. al massimo mi metterò il cuore in pace e aspetterò (anche qui..) il momento giusto per rimandarti questa lettera!!
In ogni caso ti ringrazio per aver sacrificato per questa piccola fata vacillante un pizzico delle tue meritate vacanze.
Con tanto amore,
La Fata Morgana.
July 01 Il beneficio del dubbio.Le cose capitano.
Vorrei riportare un pensiero che mi ha fatto pensare a una persona, anche se so che a quella persona non importerà un fico secco - anzi, forse nemmeno lo leggerà. Lo vorrei riportare perché, magari, non farà bene a lei, ma a qualcun altro che, per qualche strana e infinita connessione, si ritrovi a passare da qui. Soprattutto, lo riporto perché lo condivido.
Il Punto Interrogativo è il simbolo del bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete in Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettetevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza. E badate bene che io qui non sto parlando solo di Fede religiosa, ma anche di Fede politica e di Fede sportiva, di qualsiasi tipo di Fede insomma. Gli integralisti islamici, i tifosi di calcio, i brigatisti neri o rossi, appartengono tutti a una stessa razza, quella che ritiene di essere la sola a possedere la Verità, come se poi potesse esistere davvero una Verità unica e incontrovertibile. Il Dubbio invece è una divinità discreta, è un amico che bussa con gentilezza alla vostra porta. Il dubbio espone con calma le sue idee ed è pronto a cambiarle radicalmente non appena qualcuno gli dimostrerà che sono sbagliate.
da "Il Dubbio" di Luciano De Crescenzo
Un grazie a Sergio, che è stato il tramite perché questo pensiero mi raggiungesse. Il link lo trovate tra quelli amici.
Un abbraccio,
Morgana. |
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