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September 25 La fata, il poeta, la pittrice e il dottore degli animali.
Sono giorni strani. Giorni pieni di lavoro nervoso, con la gastrite che fa capolino tra i nervi tesi lasciandoti il bruciore in gola, che per una che canta non è mai una cosa buona, ma va bene anche così. Sono giorni lunghi, senza il corpo amato perché abbiamo tutti un sacco da fare, e nello stesso tempo brevissimi, perché le settimane volano e nemmeno te ne accorgi che sei già a venerdì, e avresti voluto fare mille cose che rimangono a guardarti da una lista appesa al filo del forse, un giorno..
E poi ti capitano serate come ieri.
Un autoinvito in tutta regola, mi porto per cena portando la cena, ma questa volta ci porto per cena, e non sai quanto è importante, per me, che tu conosca quel posto. Che tu appoggi il tuo sguardo sul letto etnico e sul pianoforte di fine ottocento, che tu ti sieda al tavolo che mille volte mi ha vista sorridere e mille piangere, e che tu ascolti le note gentili di un Segovia amico. Che tu entri dritto nel cuore del mondo. Del mio mondo.
Perché ieri sera, mentre portavo la torta alle mele con la cannella e gli gnocchi col pesto a casa della pittrice e del dottore degli animali, ho pensato che ti stavo presentando una delle mie famiglie. Io ne ho tre di famiglie, questo è un concetto che coltivo da un po’. Una trovata, una scelta, e una eletta. Ecco, ieri sera ti stavo presentando alla mia famiglia di elezione. Quella che brilla, quella in cui non ci sono segreti, nè cose non dette, c’è solo un mare di attenzioni e voglia di divertirsi, di condividere, di essere felici assieme, di costruire, di dare senza chiedere nulla in cambio. Quella che non fa una piega se l’invito è all’ultimo minuto, quella che ha sempre un letto e un lenzuolo per le notti disperate, quella che sembra avere perennemente il bollitore sul fuoco per prepararti una tisana appena varchi la soglia. Quella che ti chiede i consigli per modificare la struttura della casa, e anceh quella della vita, e che gode con te di tutte le piccole modifiche, quella che non si vergogna a chiederti collaborazione per montare gli armadi Ikea e che la trovi il sabato mattina a stendere e ti dà una manciata di panni perché tu contribuisca. Quella che, quando ti siedi sul divanone con un bicchiere di succo di mela bio, ti senti a casa e non sai come sia successo che queste persone ti siano entrate così tanto nelle ossa, ma è andata così. Quella che è proprio come vorresti essere tu. La tua rivincita, per alcuni versi, verso quel mondo che vorrebbe che le cose non andassero avanti. Quella che prova con la vita di tutti i giorni che c’è una speranza. E mica una speranza da poco, perché loro sono lì, e se lo dimostrano da anni che si amano, con i piccoli battibecchi di tutti i giorni, con le gentilezze, con il linguaggio in codice che sbirci con tenera discrezione, con i rituali nei quali entri a fare parte e nemmeno sai che cosa hai fatto per meritartelo.
Ieri sera sono stata bene. Ti ho adorato, tenendoti per mano tra una risata e un racconto, tra pezzi di ricordi che si svelano come un affresco celato da un telo bianco che piano scivola via, mettendo in luce quello che sono, attraverso i loro occhi, attraverso quello che abbiamo vissuto assieme. Ieri sera, una volta di più, mi hai stupito per la meravigliosa attitudine con cui ti muovi in mezzo alla gente, a tuo agio, sicuro, sereno e ipnoticamente solare, e ti assicuro che condividerti con loro è stato quanto di più bello avrei potuto fare, mio giovane, dolce Poeta.
E poi i nomi, le promesse, i sogni, immaginare un volto per le persone di cui, prima, non conoscevo l’esistenza, e perdermi nelle tue buffe facce da bambino, e sentirmi leggera come non lo sono mai stata mentre le tue risate si uniscono alle mie tre toni più sotto (che accordo perfetto che siamo, io e te!).
Mi ci voleva, una serata così. Un ennesimo, immeritato momento perfetto.
Al poeta, alla pittrice e al dottore degli animali. Grazie, di cuore.
Morgana. September 16 In pensieri, parole, musica e emozioniIn pensieri, parole, musica e emozioni ti ritrovo dentro. Insistente, necessario, come linfa per un albero, come sangue per un uomo, come eco del mare nel mio nome.
In pensieri, parole, musica e emozioni diventi parte di me. Integrante, essenziale, come luce per il sole, come lama per la spada, come profumo di rose nei giardini di maggio. Musica, si, musica, come musica sono nella mia sensibilità le anime degli esseri umani, ognuna con il suo tono, colore, ritmo, volume e intensità. Musica. Parole, si, parole, linguaggio, potenza di espressione che arriva dritta al cuore, accento, cadenza, verbo, modo di dire - in un certo senso, musica. Parole. E tu con la musica e con le parole mi hai sfondato i timpani dell’animo e mi hai riempito gli anfratti della coscienza – e della non coscienza - unicamente del senso ineluttabile di te nel mio accanto.
In pensieri e parole, musica e emozioni ti scorgo nel mio ieri. Inatteso, sbalorditivo, come dono di un amico, come occasione colta, come sorriso di fanciullo in un giorno di pioggia.
In pensieri, parole, musica e emozioni ti percepisco nel mio passato remoto. Inevitabile, incosciente, come l’arrivo della primavera, come la meta del viaggio, come la nostra morte. E tu eri già lì, in ogni passo poggiato sul sentiero di questa vita, nella direzione scelta per caso o per volontà, nelle azioni compiute che mi hanno portato per una strana, ironica, incomprensibile, fortuita motivazione, tra le tue braccia. Strade che si incrociano in maniera netta in un punto ben preciso del cammino e del tempo, perché quando si incrociarono prima – in una sala antica o in una sala nuova piene di musica, e chissà quante migliaia di volte a un concerto, o al cinema, o in un bar, o nelle vie del centro, o sui binari ritmici e dondolanti di un treno – non era giusto che ci accorgessimo l’uno dell’altra. Non ancora.
In pensieri, parole, musica e emozioni ti immagino nel mio domani. Incerto, sperato, come il mattino di Natale negli occhi di un bambino, come un raggio di sole dopo una tempesta, come il primo bucaneve che annuncia la fine dell’inverno.
In pensieri, parole, musica e emozioni ti prego nel mio futuro. Inconfessato, timoroso, come il sussurro di una vergine illibata, come il sogno cullato in un cassetto, come il folle gusto di audacia della parola sempre. Perché ora che ti ho preso per mano non voglio pensare al non più, non voglio pensare a nulla, ma solo viverti e vivermi nella bellezza che riesci donare a me e a tutto ciò che ci circonda, e non voglio lasciarti la mano né smettere di volare nei tuoi occhi castani, ma verdi, se li guardi meglio. Non voglio che esista nulla, se non il con te.
Morgana
PS: mi accorgo che ultimamente i miei scritti sono meno indirizzati a un lettore generico e disinteressato, più pragmaticamente intimistici, spesso misteriosi e pregni di significato che io sola, e forse un'altra persona al mondo, posso comprendere. Va così. Questo spazio si chiama Cuore di Morgana, e nel mio cuore, ora più che mai nella mia storia, c'è spazio per questo. Non vogliatemene. Vi auguro le stesse pagine, le stesse emozioni, le stesse totalizzanti intuizioni, sorprese, esperienze. Prendetelo per quello che è: un piccolo sogno diventato realtà. Per quanto potrà durare, per quanto potrà valere nell'economia della vita, per quanto male potrà fare - ho detto potrà, non dovrà! - posso solo gioire dell'ora e dell'insieme. E rendervene parte, come vi ho reso parte di tutto il resto, fino a oggi.
M. September 08 Un principio di magia
All’inizio era strano vederti lì, dove altri erano stati prima di te. Era strano immaginare gli abiti che avresti indossato, ogni volta diversi, ogni volta a mettere in luce la tua pelle con un lampo di colore sconosciuto, una cravatta rossa, una camicia dal sapore indiano. Era strano trovare i tuoi lineamenti tra le pareti di fronte alla mia porta e essere investita dal tuo odore - quello nuovo e intrigante di chi non si conosce, quello buono.
Ieri sera era buio, a San Galgano, le luci a illuminare la chiesa, ma il prato, gli alberi e il – mio, ma ora nostro – ciliegio se ne stavano lì, in silenzio, a contemplare la vecchia Signora dal tetto mai uguale a se stesso. Eravamo lì per un motivo, per far salire più in alto una richiesta importante, e non potrò mai ringraziarti abbastanza per aver giocato, creduto, sognato con me. Per avermi abbracciato e per aver fumato una sigaretta senza bisogno che la serenità che avevamo attorno fosse rotta da alcuna parola.
Nel tragitto fino a casa, mi sono accorta che qualcosa è cambiato. Che la tua voce non è più strana, nasale, roca, lenta, cadenzata, ogni volta nuova. C’è qualcosa che è diventato famigliare. Un suono, un timbro particolare, alcune parole ricorrenti che mi suonano nelle orecchie come te. Come se, frammista alla musica della tua anima che ho imparato a conoscere in questi mesi, anche la tua realtà iniziasse a penetrarmi le ossa. Come se il profumo che la tua pelle mi rimanda quando appoggio la testa alla tua spalla lo potessi respirare anche ora, che tu sei lontano. Perché è vero, ti sto respirando proprio adesso, in fondo ai polmoni, in un luogo inedito tra la gola e il diaframma, credo non troppo lontano dal cuore.
Sono quasi certa che la prossima volta che mi sorriderai di fronte alla porta di Angolo di Paradiso, il tuo volto sarà atteso. Sempre bellissimo e buffo ma atteso. Perché stai diventando una parte di me, un braccio, una gamba, un organo vitale, e come tale inizio a conoscerti, a creare un rapporto, a stupirmi di quante meravigliose cose stai portando nella mia esistenza. Come un dono che non mi stanco di contemplare, sull’altare dei grazie che non smetterò di dire a te e a chi ti ha messo sulla mia strada.
Che bello, iniziare, lentamente, un cammino. Con te.
Oggi vedo te in tutte le cose
Marlene Kuntz – Canzone sensuale
September 01 Sto scrivendo.Stai scrivendo? Beh, si, si, in questo periodo sto scrivendo molto. No, non in questo periodo. Ora, in questo momento.
Non so come hai fatto ad accorgertene, forse lo sguardo assorto disteso sul mondo come un foglio di carta assorbente, forse l’intuizione condivisa di un lampo di vita in un cespuglio in mezzo al cemento di un autogrill. Non so come ha fatto. Perché ci sono individui che sembrano conoscerti anche se ti hanno appena sfiorato, che sanno interpretare lo sguardo che ti percorre il viso per qualche secondo e che nemmeno tu, qualche volta, sembri notare, che ti entrano nelle spire del cervello e te lo traducono con un candore e una naturalezza da lasciarti spiazzato e disarmato. Quello che so è che stavo scrivendo, in quel momento.
Stavo scrivendo. Dal momento in cui ero partita, quella mattina, per venirti a prendere a 361 km da casa. O, forse, dal giorno prima. O da tre settimane prima. Stavo scrivendo, continuamente, appuntando nella mente immagini e intuizioni, riempiendo le righe del mio quaderno cerebrale con un carattere continuato e unico, senza spazi né respiri tra una parola e l’altra.
Stavo scrivendo che certi gesti sembrano folli e pericolosi, a volte pesanti, ma non lo sono, se non si ha paura. Che spesso il viaggio di andata e quello di ritorno sembrano avere lunghezze diverse, il primo velocissimo e il secondo infinito, eppure ieri mi sono entrambi passati in un batter d’occhio, forse perché il ritorno lo hai riempito tu, con le tue parole, con i tuoi racconti, con il freddo dei posti che hai visitato e il caldo della tua onestà. Devi essere una persona meravigliosa.
Stavo scrivendo della macchia d’olio delle anime radiose che non fa che estendersi fino a coprire tutta la superficie della mia vita. Stavo scrivendo un nuovo capitolo sull’importanza dell’incontro in questo guazzabuglio di esistenza, e della decisione di abbandonare alcune attività per potermi dedicare anche in maniera più profonda a chi amo. Stavo scrivendo del 26 di Dicembre e della raccolta delle olive, della fiducia che è la base di ogni rapporto, e che quando manca mette fine anche alle cose belle che potrebbero rimanere "dopo" (e questo non è solo per chi ha tradito ma è anche per chi ho tradito), di tutti i miei sbagli, e delle cose che ho ancora da imparare, forse da te. Stavo scrivendo dei balconi fioriti di un paesino sopra Bolzano, e dei sentieri tra i boschi con le ombre e la terra rossa, le conifere e le felci, piccole pigne che crepitano sotto i piedi al passaggio, senso di ordine e di pulito tra le strade non segnalate, le gambe lunghe che percorrono più strada in un passo, e quelle corte che devono arrancare come un bassotto dietro a un alano, e l’intuizione che mi assorda quando la natura si affaccia sulla mia vita. Stavo scrivendo degli strudel senza cannella e senza pinoli, e quello che conta, che è il cuore, e delle cene che verranno, dei volti che mi si promettono e del dono dell’aspettare, della musica che mi esplode dentro quando ti bacio, delle lacrime che il tocco delle tue mani mi fa salire agli occhi, e del fatto che non posso abbracciarti in mezzo alla gente se non voglio morire di te.
Stavo scrivendo delle parole, che raggiungono l’apice della loro espressività quando ascendono al silenzio. Stavo scrivendo del fatto che la storia di due persone è sempre un libro, non importa che sia stampato su carta o su un cuore. Stavo scrivendo della soggettività della storia stessa. Stavo appuntandomi che in realtà lo scrittore è un ladro, che ruba istanti alla realtà e li fa diventare diversi, e li tinge di un colore strano, che non è reale ma che non è nemmeno finto, perché in fondo, nella sua testa, quelle cose accadono davvero.
Stavo scrivendo dei tuoi capelli sulla mia spalla, un solletico gentile, un ricciolo bianco come un punto esclamativo sui tuoi pensieri, e rughe attorno agli occhi del mio sorriso, ma in fondo che cosa mi importa, se a forza di ridere mi stanno venendo le rughe, in fondo sarebbe peggio se mi venissero perché sono sempre seria, o, peggio, triste. Invece mi vengono perché sorrido, e il momento in cui sorrido di più è quando mi sei accanto. Ti prego, non smettere di farmi venire le rughe.
E stavo scrivendo dei progetti, di un weekend assieme, di un cammino dandoti la mano, della luce che è contagiosa, in entrambe le direzioni. Dell’assieme, e non del sopra o del sotto. Del non soffrire. Della normalità, della routine e della follia di credere che quello che stiamo vivendo non finirà.
Del fatto che posso asserire con assoluta certezza che sono innamorata di te, e che ti voglio bene.
Stavo scrivendo. Sto scrivendo. E non smetterò tanto facilmente.
Morgana. |
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